E’ una meraviglia naturale, uno scenario che toglie il fiato. E’ l’espressione massima del paesaggio andino. Si trova nel distretto di Checacupe, nella provincia di Canchis.
Cusco non è lontano. Tre ore e mezza di auto per arrampicarsi sempre più su, dall’”ombelico del mondo” che sorge a 3400 metri, fino a toccare quota 4.800.

La strada per arrivarci è terrazzamenti antichissimi, greggi di alpaca, cieli blu, montagne terrose e una donna che sorride.
Poi si lascia l’auto e ad attenderci un percorso dolce, ma in alta quota. Si cammina lentamente perché bisogna fare i conti con l’aria rarefatta. Ma l’acclimazione dei giorni precedenti, rende il camminare un gesto naturale in cui il respiro, in maniera quasi automatica, accompagna il ritmo dei passi.
Si procede in un paesaggio naturale immenso. Siamo gli unici visitatori nel silenzio dei quasi cinque mila metri. Prevalgono i colori caldi. E’ un panorama che ti sommerge di bellezza e tranquillità. E poi compare di nuovo una donna. Lei e i suoi due lama. Attende i passanti per una foto ricordo, mentre noi continuiamo a essere gli unici. E’ un dialogo fatto di gesti e sguardi. La foto è d’obbligo. Lo sfondo è quello delle montagne striate da tanti colori, l’iride della Ande, il risultato di processi geologici di milioni di anni.

Non è Vinicunca dove i turisti si dispongono in una gigantesca fila per scattare selfie e cercano di trovare la posizione migliore perché sui social bisogna si vedano le montagne colorate più note del Perù.
Qui non ci sono code, non ci sono schiamazzi. L’intimità è stata preservata, almeno per ora.

C’è una bambina proseguendo, vende qualche snack. Ma non dovrebbe essere a scuola, insieme al bambino che incontriamo andando più in là? Lui indossa un poncio colorato, il cappellino pure. E’ splendido e vende piccoli souvenir.


Si cammina, si sale con molta gradualità e il paesaggio diventa sempre più mosso perché all’orizzonte compaiono le cime innevate delle Ande, quelle più alte. E’ visibile anche il profilo dell’Ausangate, il monte sacro delle Ande che raggiunge i 6.384 metri.
Sono giganti che destano una sorta di riverenza e il ricordo del nostro Monte Bianco, con i suoi 4.806 metri, impallidisce. Siamo già noi a 4900 metri e la Cordigliera andina ci sovrasta ovunque, pur mantenendo lo spazio aperto e la vista illuminata.

Più in là, una meraviglia inattesa, la foresta di roccia. Sono pinnacoli irti, colori e ancora colori. E’ la memoria del fondale marino che fu, di processi tettonici che hanno modificato la struttura del pianeta. Si toccano i cinque mila metri. E’ una scritta a dircelo e una conquista insieme.
Si guarda in basso da lì: giallo, rosso, striature, l’immensità.
Il percorso di ritorno è di nuovo un andare lento, un accompagnamento all’uscita da una favola di un paesaggio dipinto con una delicatezza estrema.

Palcoyo è un luogo delicato, forse proprio perché il turismo di massa non ci è ancora arrivato. Non ha depredato del suo incanto.
Si torna con l’auto verso Cuzco e di nuovo un dono inatteso: una piccola festa locale lungo la strada, dove lama e persone del luogo sono i protagonisti.

Ci sono i colori straordinari dei tessuti andini, i volti cotti dal sole dell’alta quota. C’è la semplicità di un popolo riservato e curioso. Il tempo qui sembra dilatato e sarebbe bello restare più a lungo.

Testi e foto di Paola Scaccabarozzi, giornalista professionista, appassionata di viaggi, arte e alte quote, in cerca di storie e volti.
Il testo è il racconto di un viaggio in Perù, frutto di un’esperienza vissuta durante un tour organizzato da Earth Viaggi.
Ci sono le Ande, la stratificazione di culture che partono da epoche pre incaiche fino ai tempi recenti, città che sorgono alle pendici di un vulcano o che si ergono su antiche pietre in labirintici vicoli. E’ un itinerario nell’archeologia, nelle tradizioni, attraverso paesaggi stupefacenti e genti accoglienti.


























































































