A Calcutta mi trovo immersa in un teatro vivente a cielo aperto, allegro, caotico e coloratissimo: gente insaponata che si fa la doccia o si lava i denti sui marciapiedi, donne addormentate su un giaciglio improvvisato al centro della carreggiata, incuranti del traffico più disordinato e rumoroso che io abbia mai visto.
Un guru seminudo con la barba lunga che brandisce un mazzo di fiori e ti fissa sorridendo, un vecchio immerso nel Gange che si muove lento, in una sorta di preghiera danzata. Qui tutti sorridono, e sembra che mi guardino davvero, con un’intensità e un’apertura così diverse dalle occhiate veloci e sfuggenti alle quali Milano mi ha abituata.
Salendo verso l’Himalaya, l’atmosfera non potrebbe essere più diversa. L’aria è purissima e rarefatta, il paesaggio incoronato dalle vette incappucciate di neve: su tutte il Kanchenjunga, la terza cima più alta del mondo, al confine fra lo stato indiano del Sikkim e il Nepal. La regione del Darjeeling è famosa per la qualità eccezionale del suo tè – che gli inglesi importarono e che, del tutto inaspettatamente, si ambientò benissimo anche a 2.500 metri di altezza – e per la Darjeeling Himalayan Railway: una ferrovia a vapore inaugurata nel 1881, dichiarata Patrimonio Unesco per le audaci soluzioni ingegneristiche che ancora oggi le consentono di snodarsi per 90 km da Jalpaiguri a Darjeeling, fra curve impressionanti, inversioni a Z e passaggi in mezzo a viuzze così strette che si potrebbe allungare una mano e prendere la merce direttamente dalle bancarelle.
Procedendo verso nord, entriamo nel misterioso regno del Sikkim, incastonato come una gemma fra India, Bhutan e Tibet. Qui ci sono le fitte foreste dove vive la tigre del Bengala, ma anche alcuni dei più antichi monasteri buddhisti al mondo: le immagini delle varie divinità, dipinte con colori brillanti che vanno dal rosso intenso al blu cobalto, dal giallo acceso all’arancio, sono di una bellezza da togliere il fiato.
Tramonto da un’imbarcazione sul fiume Hoogly, un ramo del Gange che bagna Calcutta.Nel fiume ci si bagna, ci si lava, si prega (e ci si gettano perfino le ceneri dei defunti!).Una normalissima scena quotidiana nel centro di Calcutta (dintorni del Tribunale).Bimbo nel quartiere di Kumortuli, a nord della città, dove si modellano le statue di argilla delle divinità utilizzando un’anima di ferro e paglia mischiata alla sabbia del fiume Hoogly.Un modellatore di statue d’argilla nel quartiere di Kumortuli.Calcutta, incontri al “Mallick Ghat” (mercato dei fiori)Calcutta, donna in preghiera al tempio della dea Kali.Missionarie della Carità riunite in preghiera davanti alla tomba di Madre Teresa.Darjeeling: folla assiepata sulla “Tiger Hill” per ammirare l’alba sull’Himalaya.Ed ecco la vista qualche ora dopo: la cittadina di Kalimpong adagiata sulla collina in basso a sinistra, e sullo sfondo il Kanchenjunga, la terza vetta più alta del mondo (8.586 metri).Vista sulle colline di Darjeeling, con la cima del Kanchenjunga in alto a destra.Darjeeling, la stazione di partenza dell’Himalayan Railway (patrimonio dell’Unesco).Tramonto su una piantagione di tè nel Darjeeling.Raccoglitrici di tè e pesatura del raccolto in una piantagione del Darjeeling Sempre più in alto – Il misterioso regno del Sikkim: soldato sikh a Gangtok.
Durante le due guerre mondiali, i soldati sikh hanno rappresentato oltre il 40% delle truppe indiane, distinguendosi per lealtà e coraggio. Complessivamente, oltre 250.000 sikh hanno combattuto a fianco del Regno Unito.
Ancora oggi portano il turbante e seguono la regola “delle cinque K”, tra cui quella di avere sempre con sé il Kirpan, un piccolo pugnale di tipo cerimoniale.
Alcune delle migliaia di esemplari di orchidee custoditi nell’Orchidarium di Gangtok.Studentesse davanti a un tempio buddhista e una partita di pallavolo in abiti tradizionali in un parcheggio di Gangtok.Il monastero buddhista di Rumtek, il più famoso del Sikkim.
La tappa successiva ci porta ancora più in alto, verso Phuntsholing, dove passeremo la frontiera ed entreremo in Bhutan, il Paese che ha inventato il concetto di “felicità interna lorda”.
Ho percepito l’India come caos, colore, vita allo stato puro.
Il Bhutan invece mi accoglie con un senso di spiritualità profonda, di educazione costante del cuore e della mente all’armonia, alla benevolenza, alla compassione.
È l’unico Paese al mondo in cui il buddismo, nella sua versione Mahayana, è religione ufficiale, e i suoi princìpi sono condivisi e praticati dalla maggior parte della popolazione ma anche dai membri del governo, dalla famiglia reale in giù.
Scopro che in Bhutan uccidere un animale è un reato punibile con il carcere, e che è perfino vietato pescare nei suoi fiumi.
Una terra che è un paradiso di biodiversità, ricca di specie rare di animali, fiori e piante. È l’unica al mondo “carbon negative” – assorbe più CO2 di quanta ne emette – grazie a una copertura forestale superiore al 70%. Con il concetto rivoluzionario di “felicità interna lorda” persegue uno sviluppo equilibrato e sostenibile, utilizzando energie rinnovabili al 100% e proponendo un turismo ispirato alla regola “alto valore, basso impatto”.
Basta entrare in un tempio per respirare questo senso di armonia. Le tonalità sgargianti degli arazzi da preghiera – blu, rosso, giallo, arancio – offrono uno spettacolo straordinario, che si mescola alle macchie amaranto dei mantelli dei monaci e al suono ipnotico e toccante dei loro canti. Lo spazio interno è sacro, per accedervi bisogna togliere le scarpe e mantenere un rigoroso silenzio.
Quanto alle foto neanche a parlarne, ma sorrido quando scorgo un monaco che, mentre si muove ritmicamente avanti e indietro durante la preghiera, getta un occhio al cellulare appoggiato sotto il ripiano di legno. Ovunque c’è bellezza, e colori che tolgono il fiato: nelle raffinate decorazioni in legno, nel volto sereno del Buddha, nel suono ripetitivo e confortante delle ruote di preghiera che girando spargono nell’aria i loro precetti antichissimi, nella fiamma delle candele al burro che ornano altari e finestre. Mentre l’aereo decolla da Paro, saluto le cime innevate dell’Himalaya e penso che non è un caso se bisogna salire così in alto per toccare le vette più profonde della spiritualità e della saggezza umana.
Diverse generazioni di bhutanesi davanti alle ruote di preghiera del tempio di Changangkha Lhakhang, nella capitale Thimpu.Davanti alle ruote di preghiera del Memorial Chorten a Thimpu, costruito nel 1974 in memoria del padre del Bhutan moderno, il Terzo Re Dorji Wangchuck.Lampade al burro al Memorial Chorten: secondo il buddismo simboleggiano il fuoco che brucia le afflizioni mentali come il desiderio e l’aggressività, l’avidità e l’orgoglio, che rallentano il cammino verso la saggezza e l’illuminazione.Il tempio nella spianata che ospita la statua del Grande Buddha.Rappresentazione di un demone buddista all’interno del Simtokha Dzong, una delle più antiche fortezze bhutanesi, risalente al 1629. Nel buddismo tibetano i demoni, pur avendo un aspetto terrificante, hanno una valenza positiva perché rappresentano le parti più oscure dell’essere umano e il suo tentativo di superare la paura della morte (da cui la corona e la collana di scheletri).L’ingresso del Tashichoe Dzong a Timphu. Costruita nel 1641, la fortezza ospitava l’assemblea nazionale e oggi è sede della Sala del Trono e degli uffici del Re. Da notare, in alto e a destra, i thangka, coloratissimi stendardi da preghiera.Prospettiva particolare all’interno del Taschichoe DzongSulla strada da Thimpu a Punakha, a un’altitudine di oltre 3.000 metri, c’è il passo Dochu La: qui l’anziana regina madre ha fatto costruire 108 piccoli “chorten”(o stupa) in memoria dei soldati bhutanesi morti durante gli scontri del 2003, una serie di operazioni militari mirate a espellere gruppi separatisti indiani che usavano il territorio del Bhutan per lanciare attacchi nel nord dell’India.Particolare di uno dei 108 “chorten” del Passo Dochu La.Sulla strada per Punakha, un gruppo di giocatori di freccette in costume tradizionale. In Bhutan il “Khuru” è molto più di un passatempo, e insieme al tiro con l’arco rappresenta uno degli sport nazionali. Si pratica rigorosamente all’aperto, in occasione di festival, celebrazioni comunitarie e festività nazionali.Monaci buddisti sul ponte che porta allo Dzong di Punakha, forse il più bello del Paese.Lo Dzong di Punakha, situato alla confluenza dei fiumi Pho Chhu (Fiume Padre) e Mo Chhu (Fiume Madre).Particolari dello Dzong di Punakha (interno)Bhutanesi in abiti tradizionali all’interno dello Dzong di Punakha.Monaci in preghiera nello Dzong di PunakhaBimbe bhutanesi davanti a una ruota di preghiera, lungo la salita che porta al Khamsum Yulley Namgyal Chorten, arroccato su una collina e alto 30 metri. La sua costruzione richiese otto anni, fu inaugurato nel 1999 con una cerimonia durata tre giorni. La sua funzione è quella di proteggere il Paese, e per questo conserva al suo interno molte immagini di divinità protettrici buddisteKhamsum Yulley Namgyal Chorten: statua del Buddha in meditazione sotto un Ficus Religiosa, l’albero della Bodhi sotto il quale, secondo la tradizione, ebbe luogo il suo Risveglioil sacro monastero di Taktshang, detto la “Tana della Tigre”, arroccato su una roccia a strapiombo a oltre 3.000 metri di altezza nella valle di Paro. Lo si raggiunge a piedi, superando un dislivello di circa 900 metri, in cui il secondo tratto è formato da ben 400 gradini! Fu costruito nel 1692, secondo la leggenda attorno alla caverna dove il Guru tibetano Padmasambhava (che introdusse il buddismo in Bhutan) aveva meditato per tre mesi nel lontano VIII secolo.La stanza di Ghandi a Birla House, New Delhi: qui il Mahatma trascorse i suoi ultimi 144 giorni, prima di essere assassinato mentre camminava nel giardino circostante, il 30 gennaio del 1948New Delhi, il Forte Rosso (Patrimonio dell’Umanità Unesco), costruito nel 1639 e massima espressione della creatività dell’arte MogulI tuk-tuk, tipico mezzo di trasporto a tre ruote, sono ovunque nel Chandni Chowk, uno dei mercati più antichi e affollati di Delhi