Per arrivarci partendo da Lima, si prosegue verso sud per raggiungere, in primis, la Penisola di Paracas, riserva nazionale del Paese dal 1975. E’ un’area brulla dove, le acque che la lambiscono, costituiscono uno degli ecosistemi più ricchi del mondo.

Il mare freddo che costeggia questo lembo di terra è infatti attraversato dalla corrente di Humboldt che rende questa zona dell’Oceano ricchissima di plancton, cibo per innumerevoli pesci e specie marine in generale.
La presenza di uccelli e mammiferi marini esercita così un gran fascino su chi ha la fortuna di proseguire il viaggio via terra verso Ica e le linee di Nasca.

Ed è proprio dal villaggio principale della penisola di Paracas, El Chaco, che parte l’escursione verso le isole Ballestas, dove è facile avvistare cormorani, pinguini di Humboldt ( si trovano solo qui e in Cile e sono in via di estinzione) e delfini.
Le isole sono rocce che affiorano dall’acqua. Ci sono grotte e archi impressionanti. I leoni marini sono numerosi e se ne stanno appollaiati lì, sugli speroni rocciosi.

Le due ore di navigazione, il tempo dell’escursione tra andata e ritorno, costituiscono un’ottima occasione per osservare il territorio dal mare. La costa ha un colore giallastro e il candelabro de Paracas è ben visibile. Si tratta di un gigantesco petroglifo, alto centoventotto metri e largo settantaquattro. Non si sa quale fosse davvero la sua funzione, anche se si pensa potesse fungere da “faro” per i naviganti. Esiste anche l’ipotesi che si trattasse di una sagoma di cactus, pianta sacra per la cultura Chavin (civiltà che si sviluppò nelle terre andine settentrionali tra il 900 e il 200 a.C.), oppure che simboleggiasse la costellazione della croce del sud. Non si sa neppure esattamente a quando risalga, anche se l’archeologa Maria Reche, l’archeologa che studiò a lungo quest’area negli anni Cinquanta, ritenne sia del 200 a.C, coevo cioè alla cultura di Paracas, una grande civilizzazione sconosciuta per secoli.
Dal 2016, il geoglifo è stato dichiarato sito nazionale del Perù.
Proseguendo più a sud, il deserto diventa più prepotente: la terra e le rocce si trasformano in dune che arrivano fino all’Oceano.
E’ indispensabile viaggiare a bordo di jeep per attraversare quest’area, bando il rischio di rimanere impiantati nella sabbia. Chi guida deve, dunque, conoscere perfettamente il territorio.
Lo deva saper palpare.

Si giunge così davanti alla “Catedral” del Tablazo de Ica. E’ la magnificenza delle rocce che si ergono nelle acque oceaniche. Lo spettacolo è grandioso, così come le onde che raggiungono la costa: il blu si alterna al giallo della terra e al sole battente. Più in là le sfumature della sabbia mutano e diventano più tenui, ancora acqua. Ma non è l’Oceano che si muove, talvolta in maniera voticosa. Si tratta, invece, di una sorta di laguna. Ci sono i fenicotteri che restano, vanno o tornano e moltissime conchiglie. La sabbia, infatti, non è solo sabbia, ma i resti minuscoli di infinte conchiglie bianche.
Le dune muovono il paesaggio, sempre di più. Le soste sarebbero infinite. C’è un cartello a un certo punto, “Desierto costero. Ecosistema frágil”. E’ un inno alla bellezza del luogo, alla sua fragilità e alla necessità di salvaguardia. Si entra in punta di piedi. Siamo soli. Non ci sono altri turisti: nessuno, mai.
E’ il deserto silenzioso da gustarsi con calma, prima di arrivare all’apoteosi del caos dell’oasi di Huacachina.

Testi e foto di Paola Scaccabarozzi, giornalista professionista, appassionata di viaggi, arte e alte quote, in cerca di storie e volti.
Il testo è il racconto di un viaggio in Perù, frutto di un’esperienza vissuta durante un tour organizzato da Earth Viaggi.
Ci sono le Ande, la stratificazione di culture che partono da epoche pre incaiche fino ai tempi recenti, città che sorgono alle pendici di un vulcano o che si ergono su antiche pietre in labirintici vicoli. E’ un itinerario nell’archeologia, nelle tradizioni, attraverso paesaggi stupefacenti e genti accoglienti.


























































































