Uzbekistan: un Paese dalla storia millenaria

“Non è poi così lontana Samarcanda, corri cavallo, corri di là…”

“Non è poi così lontana Samarcanda, corri cavallo, corri di là…”: il ritornello della canzone del cantante-professore Roberto Vecchioni mi ha accompagnata fin da quando, ragazzina, lo cantavo spensierata con i compagni di scuola. Non so, forse è nata proprio in quegli anni la voglia di visitare quella mitica città e il Paese in cui sorge.

Un Paese dalla storia millenaria, in cui popoli e culture si sono succeduti e mischiati, lasciandoci in eredità un patrimonio artistico e architettonico di enorme valore.

Un Paese attraversato dalla Via della Seta, lungo la quale le carovane, insieme alle merci, trasportavano idee, tecniche, filosofie, religioni. Un Paese che normalmente si evoca pensando ad Alessandro Magno, a Gengis Khan, a Tamerlano, condottieri più o meno crudeli e sanguinari, che però, accanto al desiderio di conquista, hanno spesso coltivato l’amore per l’arte e la scienza, riunendo nelle loro corti intellettuali e artisti. Insomma, un Paese quasi leggendario, in cui neppure la dittatura sovietica è riuscita a scalfire l’immenso e sofisticato passato.

Il mio viaggio è cominciato da Khiva, una vera e propria gemma incastonata nel deserto di Kyzylkum, lungo l’antica Via della Seta. Se un tempo solo il nome di questa città evocava crudeltà, carovane di schiavi, pericolosissimi viaggi attraverso steppe desertiche infestate da selvaggi, ora l’impatto con il centro storico, completamente circondato dalle sue mura di fango, toglie il fiato.

Secondo il mito, Khiva sarebbe stata fondata da Sem, figlio di Noe, che qui scavò un pozzo che venne chiamato Kheivak, da cui appunto deriverebbe il nome della città. Varcando il portale d’ingresso sembra di fare un salto indietro nel tempo: lungo le stradine si susseguono moschee, madrase, minareti, mausolei, palazzi, fortezze ed harem, perfettamente restaurati.
Gli edifici color sabbia sono decorati con maioliche prevalentemente azzurre, bianche e blu. Anche gli interni regalano sorprese, come il Khuna Ark, la fortezza residenza dei Khan, gli antichi sovrani della città, con la sala del trono all’aperto dove veniva montata la yurta reale che i Khan continuavano ad usare anche dopo aver abbandonato il nomadismo, o come la moschea Juma con le sue 218 colonne di legno di cui alcune originali del X secolo.

Indimenticabile esperienza, soprattutto per gli amanti della fotografia, è passeggiare nel centro storico dell’ultimo khanato indipendente dell’Asia centrale al tramonto, quando i colori si accendono. E’ anche l’occasione per ammirare l’artigianato locale tra cui spiccano i capricapi tradizionali, colbacchi di folta pelliccia e cappelli di astrakan, e i tappetti e i tessuti di seta i cui disegni riproducono i motivi delle piastrelle di maiolica nello stile di Khiva.

Il giorno dopo è tempo di lasciare il primo sito uzbeko patrimonio Unesco (1991) per raggiungere la città più sacra e nobile dell’Asia centrale, Bukhara. Il lungo trasferimento via terra attraversa il deserto di Kyzilkum con le sue dune rosse e segue il corso del fiume Amu-Darya che segna il confine tra Uzbekistan e Turkmenistan, ripercorrendo di fatto un tratto della Via della Seta.
Se Khiva è un gioiellino, Bukhara lascia senza parole. Sontuosa, magnifica, spettacolare.

Capitale dello stato samanide nel IX secolo, vanta più di 2000 anni di storia.
Il suo centro storico ancora abitato è rimasto intatto ed è patrimonio Unesco per i suoi edifici millenari di grandissimo valore artistico e architettonico minuziosamente restaurati. Non saprei dirvi cosa mi ha colpito di più, perché davvero è un susseguirsi di moschee, madrase, minareti, mausolei, fortezze, palazzi.
Forse il minareto Kalon, risparmiato persino dal terribile Gengis Khan che rimase impressionato dalla sua imponenza, con la Moschea Kalon e la Madrasa di Mir-i-Arab dalle luminose cupole azzurre, o forse la zona di Taki-Zargaron con le sue madrase, o la piazza Lyabi Hauz, con i suoi gelsi secolari, la grande fontana e la statua di Hoja Nasruddin, il mitico “folle saggio” che appare nei racconti sufi di tutto il mondo, o forse … no, ci rinuncio.

Dovete proprio vederla questa città e fare un giro anche negli antichi bazar, veri e propri labirinti coperti da cupole, e nella fortezza regale di Ark, la costruzione più antica della città risalente al V secolo e purtroppo bombardata dall’Armata Rossa.

Ed è proprio a Bukhara che ho avuto la possibilità di cenare in una casa locale per gustare il piatto tradizionale dell’Uzbekistan, il plov. Simbolo di ospitalità e condivisione, ha origini antichissime, quando mercanti e viaggiatori sulla Via della Seta avevano necessità di un pasto molto nutriente. E’ praticamente uno spezzatino di carne e verdure, arricchito da riso, uvette e uova che prevede un particolare metodo di cottura. Veramente squisito! Ancora oggi viene preparato in occasioni speciali come i matrimoni e le feste religiose.

Se gli itinerari normali dei viaggi in Uzbekistan a questo punto prevedono il trasferimento a Samarcanda, noi, prima di raggiungerla, abbiamo deciso di fare una deviazione per conoscere un aspetto più rurale e forse meno “battuto” del Paese.
In fondo, questa è terra di steppa, nomadi e yurte! E allora via verso Nurata per una breve escursione alle rovine di quella che è da alcuni considerata la fortezza di Alessandro Magno; poi una passeggiata sulle sponde del Lago Aydarkuf, una riserva idrica in mezzo al deserto. Infine, il campo tendato “Yurta Sputnik” per vivere un’esperienza da “popolo della steppa”.

Dopo un giro a dorso di cammello nella sterminata distesa che ci circonda, il tramonto che infiamma il paesaggio, la cena, la musica e le canzoni di Akyn (cantante locale) e del suo dutar intorno al fuoco. Poi la notte in yurta, sotto un cielo brillante di stelle.

L’indomani mattina si parte per raggiungere un paesaggio completamente diverso. Una strada un po’ sconnessa lascia la steppa e si inoltra nella ancora innevate. Dal piccolo borgo di Hayat Nurati, dove siamo ospitati nella guest house di una famiglia locale, facciamo passeggiate immersi in una natura primordiale, osservando i mufloni che pascolano tranquilli nellariserva di Nuratau e raggiungendo villaggi dove il tempo pare essersi fermato. Dopo tanta storia, tanta arte, tanta cultura, una pausa rilassante immersi nel verde in attesa di visitare la mitica capitale di Tamerlano. 

Ed eccola, finalmente, Samarcanda. La città che più di ogni altra evoca la Via della Seta, crocevia di culture, religioni, tradizioni, merci. Il luogo dove il Mediterraneo incontrava la Cina, scambiando saperi e sapori. Cantata e resa immortale da poeti e drammaturghi di epoche remote, pare sia stata fondata nel V secolo a.C.. Quando nel 329 a.C. Alessandro Magno la conquistò disse “è più bella di quanto immaginassi”. Dal VI al XIII secolo, pur passando sotto dominazioni diverse, continuò a crescere e ad abbellirsi fino a che Gengis Khan nel 1220 la conquistò devastandola. Poteva finire così la sua storia, ma Tamerlano, nel 1370, decise di farne la capitale del suo regno, trasformandola nello specchio della sua gloria. Prima lui e poi suo nipote Ulughbek la fecero risorgere e Samarcanda tornò ad essere epicentro culturale, economico e artistico dell’Asia centrale. Dopo Khiva e Bukhara, non immaginavo di poter ammirare qualcosa di ancora più stupefacente.

Basterebbe il grande complesso del Registan per farne un luogo straordinario, con le imponenti e armoniose madrase ricoperte di maioliche e mosaici, tra cui, eccezione nel mondo islamico che vieta la riproduzione di esseri viventi, i leoni tigrati con il sole, forse un richiamo al simbolismo zoroastriano. Ma c’è di più, molto di più. C’è la moschea di Bibi-Khanym, la moglie preferita tra le nove di Tamerlano, una delle più grandi del mondo islamico con una cupola alta 41 metri. C’è Shah-I-Zinda, lo spettacolare viale dei mausolei decorati con alcune delle più belle piastrelle smaltate del mondo musulmano. C’è il Mausoleo di Gur-e-Amir, in cui riposano le spoglie di Tamerlano e di alcuni suoi famigliari, con la sua cupola azzurra scanalata. E poi ci sono gli interni dei vari siti, spesso con decorazioni in lamine d’oro, a testimonianza del fatto che Tamerlano voleva fare di Samarcanda la città più bella del mondo.

Ed è proprio la scoperta della figura di Tamerlano uno degli aspetti più interessanti di questo viaggio. Per noi, Timur lo zoppo è stato sostanzialmente solo un grande guerriero, un feroce comandante turco-mongolo, erede ideale di Gengis Khan. Ma non è così. Alle indiscutibili doti militari che lo vedevano sempre in prima linea in battaglia, Tamerlano univa un grande carisma, un fine intuito politico e soprattutto uno sviscerato amore per il bello, per la cultura, per la scienza e per l’arte.

Lo dimostra Samarcanda e lo dimostra Shakhrisabz, il suo villaggio natale, la “Città Verde”, dove il “palazzo bianco” Ak-Saray fu probabilmente il progetto più grandioso del condottiero. Visitando quello che resta di questa residenza si resta letteralmente sbalorditi tentando di immaginare cosa dovesse essere questo edificio che, secondo quanto si dice, era visibile da molti chilometri di distanza. Ora rimane solo una parte del portone di ingresso, alto 40 metri e ricoperto di splendidi mosaici simili a filigrana color oro, blu e verde. Al centro dell’area una volta occupata dalla sontuosa abitazione, la statua di Tamerlano per ricordare ai visitatori il padre della patria, considerato il fondatore di uno dei più grandi imperi della storia universale. A Shakhrisabz anche i resti del mastodontico mausoleo Dorussiadat dove riposano due figli di Timur lo zoppo e dove lo stesso avrebbe voluto essere sepolto.

Altra figura da me scoperta grazie a questo viaggio è quella di Ulughbek, il nipote di Tamerlano che di fatto gli succedette sul trono. E’ grazie a lui che Samarcanda divenne anche un epicentro di scoperte scientifiche. Amico di poeti ed artisti, studioso di matematica, trigonometria e geometria, fece costruire nella città un enorme osservatorio astronomico grazie al quale fece osservazioni e misure della posizione degli astri di una precisione mai raggiunta prima e per lungo tempo ineguagliata. Nella madrasa del Registan, dove si riunivano scienziati, matematici e astronomi, la sua figura è ricordata con strumenti e manoscritti.

E’ tempo di lasciare Samarcanda e raggiungere Tashkent, la capitale dell’Uzbekistan. Per farlo decidiamo di utilizzare il treno ad alta velocità. E’ il passaggio tra il glorioso passato di questo Paese e l’efficientissima modernità. La stazione dell’antica città sulla Via della Seta appare vivibilissima anche prima dell’alba: bar aperti, comode sale d’aspetto, nessun “brutto ceffo” nei paraggi. Il confortevole treno sul quale ci viene anche servita la colazione parte in perfetto orario e, in poco più di due ore, raggiunge la destinazione risparmiandoci un lungo e noioso tragitto via strada. Tashkent, considerata la più importante città dell’Asia centrale, si mostra subito come una sintesi tra il millenario passato islamico, purtroppo molto compromesso da un devastante terremoto nel 1966, il periodo della dominazione sovietica e la contemporaneità. Sintesi della sintesi è l’enorme piazza Khast Imom, il centro religioso ufficiale in cui fervono ancora lavori di ricostruzione e ammodernamento. Qui, accanto alla gigantesca e moderna Moschea del Venerdì, sorge il Museo-Biblioteca Moyie Mubarek dove è conservato il Corano di Osman, risalente al VII secolo e ritenuto il più antico al mondo.

Decisamente imperdibile è il bazar Chorsu, il mercato agricolo della città. Vivace e coloratissimo, si sviluppa su due piani ed è sormontato da una immensa cupola verde. Si trova di tutto, dai prodotti alimentari ai souvenir. Interessante anche una discesa nella metropolitana, costruita negli anni Settanta. Molto belle le stazioni, dedicate ciascuna a un tema particolare e decorate con marmi, alabastri, ceramiche, smalti e graniti. Particolare la fermata “Kosmonavtlar”, dedicata agli astronauti sovietici, tra cui Gagarin e la prima donna, ritratti in dischi di ceramica.

Per assaporare appieno la modernità di questa città invece, consiglio una passeggiata serale a City Park. Qui, tra grattacieli e centri commerciali, è possibile immergersi nella movida, assistendo a giochi di luci e musica nelle fontane del parco.

Tashkent è l’ultima tappa di questo sorprendente viaggio in un Paese fantastico, in cui il presente e il glorioso passato si armonizzano perfettamente, regalando al visitatore una vacanza stimolante, tranquilla e interessantissima. Al di là della straordinaria bellezza dei luoghi visitati, non dimenticherò l’ospitalità e la simpatia degli uzbeki, la sorprendente pulizia di ogni luogo, l’organizzazione impeccabile dei principali punti di attrazione dove, solo per fare un esempio, sono presenti toilettes pubbliche gratuite, la professionalità delle guide e degli autisti. E allora ricordate che “non è poi così lontana Samarcanda” e che un viaggio lungo la mitica Via della Seta sa regalare emozioni indimenticabili.

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