Tikal, Guatemala

A Tikal si arriva presto, quando l’aria è ancora fresca e la luce non ha ancora la durezza dei Tropici. La strada attraversa il Petén con lunghi tratti di verde compatto, poi il parco si apre in sentieri di terra battuta, radici affioranti, foglie larghe e un’umidità che ti si incolla addosso.

Si cammina in silenzio, ogni tanto passa un gruppo di coati, più spesso si sentono uccelli che non si vedono.

La prima impressione di Tikal non è quella di una città «perduta», ma di una città grande, concreta, organizzata. Le piazze sono ampie, i percorsi hanno una logica, i dislivelli sono costruiti con cura. I templi emergono tra gli alberi come strutture che continuano a svolgere un compito preciso: segnare un centro e rendere visibile un ordine. Il Tempio I e il Tempio II si fronteggiano sulla Grande Plaza con un rigore quasi didattico. Da una parte la massa verticale del Tempio del Gran Giaguaro, dall’altra una risposta architettonica più compatta. Non sembra un colpo d’occhio cercato, piuttosto una relazione pensata fra due edifici.

Salendo i gradini si avverte la pendenza. Le scale non sono comode e sembrano fatte per imporre lentezza e attenzione. In alto, sopra il livello della chioma degli alberi, il paesaggio diventa una distesa di verde continuo, interrotto solo da altre creste di pietra. Si capisce perché i templi, oltre che luoghi cerimoniali, fossero anche strumenti di osservazione e di segnalazione.

Tikal è un caso esemplare ma non isolato. In molti siti maya la forma piramidale non è soltanto monumentale, ma è un modo di costruire gerarchie spaziali e simboliche. Base ampia, salita progressiva, sommità ristretta. Le facciate, spesso sobrie nella loro massa, erano in origine superfici lavorate, dipinte, cariche di segni. Oggi restano soprattutto la pietra e il volume e proprio per questo è più facile coglierne l’intelligenza costruttiva, che significa capacità di dare forma stabile a un luogo, di fissare un asse, di trasformare un’altura artificiale in un riferimento collettivo.

Quando il sole sale e i gruppi aumentano, conviene fermarsi ai margini all’ombra e guardare l’insieme senza cercare altro. La cosa che colpisce non è l’idea di un enigma, ma la constatazione che qui l’architettura non «decora» il paesaggio, ma lo organizza. In un territorio come la giungla che tende a chiudersi su sé stessa, questi volumi aprono linee, misurano distanze, stabiliscono priorità. Sentiamo l’impronta dell’uomo, che continua a parlarci a distanza di secoli con il muto linguaggio delle pietre.

Ha scritto una quarantina di libri pubblicati dai maggiori editori, insegna all’università, è editorialista del Corriere della sera, ha scalato migliaia di cime sulle Alpi e fuori, ha viaggiato ai quattro angoli del mondo. Ed è amico di Earth Viaggi.

Franco Brevini inizia la sua collaborazione con il nostro sito, dove alternerà i suoi racconti sui viaggi che ha compiuto a riflessioni sul muoversi nel mondo ieri e oggi.

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